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Venerdì, 18 Apr 2014

Articolo pubblicato sul nuovo numero del giornale dell’associazione culturale Bastioni “93 rosso”

E’ opinione diffusa e ormai luogo comune che per operare nel settore del restauro si debba esser dotati di gran pazienza; e così come spesso avviene per i luoghi comuni anche questa volta sembra giocoforza esserci un fondo di verità: sono molti mesi infatti, che il restauratore attende.
Attende, ostaggio di complicate e fallaci procedure telematiche, di continue circolari di modifica, di appuntamenti all’help desk e della ricerca di documenti utili presso gli archivi più disparati e caotici.

Attende, prigioniero di un Ministero sordo e cieco alle richieste di dialogo, muro impenetrabile a qualsiasi proposta di modifica in nome di una tutela del Patrimonio Culturale che pare fondata sull’interesse di pochi. Suona come nota stonata, che la normativa in vigore sia ispirata e promossa da imprenditori del settore, i quali trarranno dalla sua attuazione grandi benefici. Suona stonato che, come emerso pubblicamente a più riprese, siano stati i comparti edili delle associazioni di categoria e sindacali a gestire appalti e contratti collettivi, rispondendo a logiche che non sembrano aver nulla a che vedere con le professionalità e gli operatori.
Attende incredulo, il restauratore, di sapere se quanto legittimamente investito, nella propria formazione, nella propria impresa, nel proprio progetto di vita, nel proprio futuro, sarà vanificato o meno. Attende stupito, il cittadino prima e il restauratore poi, di capire perché uno Stato che per dovere costituzionale dovrebbe tutelare e valorizzare il lavoro, sembra invece fare l’esatto contrario, non riconoscendo iter formativi e professionalità sinora legittime, peraltro in nessun modo sino ad oggi limitate o bloccate.

Attende, il cittadino restauratore, di capire perché deve essere unico capro espiatorio di una situazione che si trascina ormai da dieci anni, e lui solo pagare il pegno d’inefficienze e superficialità che si insericono in un quadro a dir poco catastrofico di mala gestione del nostro patrimonio culturale.

A quanto sembra però, dopo lunga e snervante attesa abbiamo una risposta a tutte le nostre domande. Finalmente nel luglio scorso è intervenuto il giudizio del Tribunale Amministrativo del Lazio, cui diverse centinaia di restauratori di tutta la penisola si sono appellati per veder in punta di diritto riconosciute le proprie istanze.
Ora, dopo tanto attendere, sappiamo finalmente che nessuno dei nostri diritti è stato leso e che la nostra sete di “giustizia” è ingiustificata.
E’ infatti grazie alle azioni politiche promosse dalle associazioni di categoria che con un emendamento inserito nel decreto mille proroghe (legge 25/10 del febbraio 2010) sono stati spostati i termini per l’acquisizione della qualifica di collaboratore restauratore al 31 luglio 2009, garantendo a molti la partecipazione all’esame: di cosa quindi dovrebbero lamentarsi quanti hanno maturato i requisiti, per ottenere il titolo di restauratore al 31 luglio 2009, e non al 2001 come attualmente richiesto dalla normativa? Andranno alla selezione pubblica e la supereranno senza colpo ferire.

Ministero e giudici, facendo leva su questo principio, hanno giudicato le motivazioni esposte nei ricorsi infondate o inammissibili: ricorsi istruiti prima dell’approvazione del decreto milleproroghe e da questo resi, secondo il Tar, da non accogliere. In termini calcistici potremmo parlare di un clamoroso autogol oppure di una mossa studiata ad arte, perché in fondo avere un popolo di collaboratori restauratori porterebbe non pochi vantaggi…
Il Tribunale, snocciolando sentenze fotocopia in risposta ai circa trenta ricorsi presentati, ha ritenuto di non riconoscere alcun elemento d’incostituzionalità e di non rilevare a oggi nessun criterio di urgenza e di rischio effettivo per l’acquisizione della qualifica e conseguentemente per la posizione degli operatori, giacché il bando di selezione è ancora aperto. In sintesi, si sposta la possibilità di agire legalmente dal piano collettivo a quello individuale: una volta che l’iter sarà formalmente concluso e l’operatore non rientrerà nel famoso elenco degli eletti, potrà singolarmente rivendicare le proprie ragioni, accollandosi individualmente l’onere di sostenere, anche economicamente, un’azione legale nei confronti del Ministero.
Il paziente restauratore, dovrebbe quindi secondo i giudici, attendere ancora e ricorrere per far valere i propri diritti solo a procedura ultimata. In più, sempre con la pazienza che ormai ci dovrebbe contraddistinguere, dovremmo accettare di buon grado che in un regime transitorio protrattosi per quasi dieci anni “ci possano essere vantaggi e svantaggi” (vedi sentenza TAR Lazio n.° 27905/2010); e poco dovrebbe importare se gli svantaggi colpiscono la quasi totalità degli operatori, favorendo per contro un esiguo numero degli stessi. E non pensi, il cittadino restauratore, che in un uno Stato rispettoso e democratico, anche danneggiare un solo individuo dovrebbe esser motivo di scandalo e di correttivi per porvi rimedio: in questo momento si dovrebbe, per Giudici e Ministero, solo prenderne atto.
Restiamo pazientemente e fermamente convinti della validità delle questioni sollevate con i ricorsi, e dunque della necessità di continuare la battaglia a tutela della nostra dignità e professionalità: ricorreremo in appello dinanzi al Consiglio di Stato (Giudice di secondo e ultimo grado) impedendo così che la sentenza passi in giudicato; questa, non fornisce motivazioni convincenti ed ha un carattere ministeriale e generalista ai limiti dello sberleffo che non può trovarci concordi né come cittadini né come restauratori. L’intera procedura è, e ancor più sarà grazie al ricorso al Consiglio di Stato, sub iudice.

Sembra ormai scontato, dopo i recenti pronunciamenti di Camera e Senato in favore di una più equa valutazione dei percorsi e delle professionalità, che si arriverà a una revisione dell’iter di qualificazione, presumibilmente riscrivendo o modificando l’art.182; non è però al momento dato sapere secondo quali criteri, visto che il Ministero persevera nel non voler convocare le parti sociali.

Appare miope e assurdo che ancora una volta si preferisca delegare all’azione politica il riordino del settore, rifiutando sino all’ultimo la possibilità agli operatori e alle parti interessate di esprimere direttamente il proprio punto di vista. Il mondo del restauro e i pazienti restauratori che lo compongono, continueranno dunque a mobilitarsi, affinché professionalità legittimamente acquisite con l’impegno, lo studio e il lavoro non possano essere messe in discussione in modo retroattivo e discriminante.
La Ragione del Restauro proseguirà la sua opera di sensibilizzazione di Istituzioni, schieramenti politici e opinione pubblica e lo farà nella nuova veste di Associazione nazionale: un’associazione che si propone di tutelare e assistere coloro che a vario titolo operano nel settore del restauro di Beni Culturali, difendendone dignità e prestigio, favorendone la crescita professionale oltre a contribuire, ove necessario, allo sviluppo e alla riforma del mondo del restauro.

Un’associazione di restauratori per e con i restauratori.

Un’associazione con i piedi ben ancorati alle esigenze del presente che guarda al futuro in modo costruttivo, offrendo agli operatori l’opportunità di autorappresentarsi in modo diretto e consapevole.
Tutela delle diverse professionalità, scambio culturale e interdisciplinare tra i diversi soggetti e valorizzazione della coscienza collettiva saranno perseguiti con paziente e determinato impegno per rispondere alle rinnovate esigenze del settore e della salvaguardia del Patrimonio Storico e Artistico della Nazione, anche attraverso la collaborazione con associazioni e istituzioni, pubbliche e private, che perseguono i medesimi scopi. …Che l’attesa non sia stata vana?

 

 

Andrea Cipriani, restauratore

Presidente dell’ associazione La Ragione del Restauro

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 01 Dicembre 2010 22:15)

 

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